Tecnologie emergenti

Realtà virtuale e streaming

Scritto da Carlo Bellino

Venerdì 7 Aprile 2017

 

 

Fino a poco tempo fa l’intrattenimento avevi precisi contorni, con un senso del rito collettivo e individuale. Ad esempio la musica aveva il profilo di un classico disco al vinile, i film si andavano a noleggiare nei centri dedicati ed i videogiochi erano su nastri magnetici. A ciascuno di essi erano agganciati differenti stati d’animo, passaggi di crescita e ricordi. Gli oggetti dell’industria commerciale hanno da sempre contraddistinto le fasi di una generazione, col grosso pregio di aver dettato il ritmo evolutivo nel nostro immaginario collettivo.

 

Oggi l’intrattenimento è decisamente cambiato: i vari Amazon, Youtube, Netflix e Spotify stanno indirizzando l’industria culturale verso un modello di tipo digitale e a sottoscrizione. Lo streaming è a tutti gli effetti la tecnologia di diffusione dei contenuti che oltre a essersi affermata per video e musica si sta estendendo anche a libri e games.

 

Al momento il cambio di modello sembra coinvolgere soprattutto le nuove generazioni, i produttori di contenuti, gli artisti e chi di lavoro si occupa dei cavi all’interno dei quali si muove il web. Già oggi lo streaming rappresenta il 50% del business della musica digitale. Negli Stati Uniti ben il 70% del traffico internet nelle ore di punta proviene da siti di streaming video e audio come Netflix e Youtube. Uno studio recente indica che il real-time entertainment solo cinque anni fa rappresentava il 35% del flusso nel prime-time ed ora è addirittura raddoppiato.

 

Nel confronto-scontro tra editori, autori e piattaforme tecnologiche la posta in gioco è molto alta: i nuovi mecenati stanno ridisegnando la mappa del divertimento che anche in Italia è tornata a crescere dopo due anni di segno negativo. Secondo le previsioni più accreditate, a spingere saranno in particolare internet, con un +7,8% di crescita media annua fino al 2019, videogames, con un +4,3%, e film con un +4,1%. Il digitale da solo varrà quasi la metà del mercato mentre l’atteso sorpasso rispetto ai media tradizionali è previsto già nel 2021.

 

Attualmente quello a cui stiamo assistendo è un’autentica inversione di ruoli, con i tecnologi che diventano editori e gli editori che si dotano di tecnologia, e a complicare ancora di più le cose si è aggiunta anche la realtà virtuale con i vari Playstation, Htc Vive, Samsung Gear Vr, tutti già sul mercato, e Oculus al debutto. Sotto il profilo tecnologico i dispositivi sono pronti e i software sono stati perfezionati per ridurre il più possibile gli effetti dell’illusione ottica creata dal virtuale. Quanto ai contenuti sembra che non ci si limiterà solo ai giochi, infatti si sta testando la visione di film e concerti. Il business non è immenso e ciò che più preoccupa è il rischio che qualcosa possa andare male, come già successo per il 3D, oggi relegato per lo più al grande schermo. Anche se sarà il prezzo a decretarne il successo difficilmente si venderanno più di tre milioni di maschere.

 

Eppure l’esperienza della realtà virtuale è davvero affascinante e apre prospettive che nessuno è in grado di spiegare. Quando indossi la maschera entri in una dimensione privata, che appartiene solo a te, e sei agitato come un bambino che va al Luna Park per la prima volta in vita sua.

 

Col cinema in realtà virtuale ci si ritrova invece soli in una grandissima sala, si gira la testa a sinistra e a destra e le sedie vuote creano uno stato di ansia. Là dentro dietro ogni movimento del volto si può nascondere qualche insidia, nel videogioco l’effetto è amplificato dall’interattività ed è elettrizzante o agghiacciante a seconda del contenuto. Quando si toglie il visore si resta comunque soli e senza ricordi. I nuovi autori del virtuale avranno il compito non semplice di sviluppare un linguaggio, scegliere contenuti appropriati al mezzo e decidere i tempi corretti di esposizione a questa nuova tecnologia.

Occhiali per guidare con la realtà aumentata

Scritto da Carlo Bellino

Mercoledì 13 Gennaio 2016

 

Si chiama Augmented Vision ed è un progetto di smart car veramente rivoluzionario. Parliamo di occhiali che impiegano la tecnologia di realtà aumentata per garantire livelli maggiori di confort e soprattutto sicurezza di chi sta alla guida. La soluzione presentata dalla casa automobilistica Mini cambia di fatto il sistema di visualizzazione digitale dentro l'abitacolo, utilizzando al meglio la connettività fra auto e dispositivo. Si tratta ancora di un semplice esperimento e anche se le eventuali ripercussioni sul mercato sono lungi dal venire rappresenta già una ghiotta anticipazione dell'automobile del prossimo futuro.

 

Ciò che è stato inventato, grazie anche all’aiuto di diverse aziende tecnologiche, è un sistema interconnesso che, basandosi sull'intelligenza di sensori, software e telecamere, offre al conducente progredite funzionalità interattive attraverso degli speciali occhiali a realtà aumentata, che rievocano lo stile moderno del marchio Mini. Una delle caratteristiche principali del sistema è la capacità di dare informazioni rilevanti nel campo visivo del conducente, sopra il volante, senza occultare altri soggetti presenti sulla strada.

 

In pratica sono a disposizione una serie di opzioni base, come la navigazione attraverso i punti di destinazione scelti in precedenza al di fuori del veicolo, la visualizzazione in modalità “head-up display” di grandezze come la velocità di crociera e i limiti di velocità, l’identificazione dei segnali analogici riguardanti i luoghi di interesse presenti sulla strada e l’avviso dei messaggi sms in entrata registrati dal computer di bordo. Altri servizi più avanzati comprendono invece la vista a raggi X attraverso alcune parti del veicolo (come montanti e porte) per rendere visibili le aree esterne o gli oggetti nascosti dall’auto e il sistema di aiuto per il parcheggio che riproduce le immagini da una fotocamera integrata nelle lenti degli occhiali per rendersi conto più agevolmente e con un maggior grado di accuratezza degli spazi attorno al veicolo.

 

Sebbene non si tratti di un fenomeno diffuso su larga scala sono già numerose le applicazioni di dispositivi indossabili con capacità di realtà aumentata in settori come la medicina o l'industria spaziale. Mini di fatto è la prima nell’universo delle quattro ruote a scommettere sull'interazione fra un dispositivo digitale e l'automobile.

La password da ingoiare

 

Scritto da Carlo Bellino

Venerdì 1 Aprile 2016

 

In futuro le password potrebbero essere contenute in una pillola che, una volta ingerita, ci riconoscerebbe tramite i nostri valori vitali per poi rendere accessibili servizi o dispositivi. Al momento c’è solo l’idea di una pillola con batterie alimentate con i succhi gastrici in cui la comunicazione con i dispositivi disponibili è possibile tramite radiofrequenza. Per trovare un esempio simile bisogna andare in campo medico, dove esistono già pillole con telecamere per la colonscopia.

 

In alternativa alla pillola diverse community di biohacking stanno testando impianti di chip sottocutanei che racchiudono le credenziali degli utenti e trasmettitori NFC (Near Field Communication). In pratica, col palmo della mano sarà possibile aprire le porte dell’azienda (tipo badge) o pagare la macchina del caffè, anche se a onor del vero questo è già realtà nella svedese Epicenter.

 

Uno dei problemi riconosciuto universalmente è proprio la presenza di pin e password, facili da rubare, ma troppo importanti per gli interessi di ciascuno di noi, visto che ora, con un sistema portatile, quindi a rischio intrusioni, è possibile trasferire denaro con estrema facilità. Ad oggi non esistono in circolazione valide alternative alle password, perché le soluzioni biometriche presentano diversi difetti: sono scomode, poco interoperabili e imprecise.

 

Attualmente i sistemi di accesso biometrico sul mercato sono quelli col controllo dell’impronta digitale, il cui problema è proprio l’interoperabilità, nel senso che nei dispositivi è necessario installare un sensore che sui modelli di fascia medio-bassa si trasforma in un ostacolo perché fa lievitare i costi. Ecco perché ad esempio Yahoo! ha presentato di recente l’app Bodyprint, che utilizza i normali schermi touch come lettori di impronta. Dato però che gli schermi hanno una risoluzione minore rispetto ai lettori specifici è necessario che l’utente poggi una superficie più grande di un dito, come un orecchio, le nocche o il palmo della mano. Per ora il sistema è solo allo stadio di semplice prototipo quindi presenta scarsa affidabilità, alla stregua di quelli per il riconoscimento dell’utente tramite scansione del volto o della voce. Un altro sistema biometrico utilizzabile è la scansione della retina, ma in questo caso i sensori idonei sono costosi da integrare.

 

I sistemi biometrici profondi, tipo impianti sottocutanei o pillole, risultano infine disagevoli e va inoltre considerato che gli impianti non sono biometria in senso puro, visto che non individuano l’utente tramite i suoi dati corporei. Eppure una soluzione sembra possibile, tanto è vero che si sta puntando a sistemi alternativi per sviluppare tecnologie grazie alle quali accedere ai dispositivi attraverso differenti metodi di autenticazione.

Quale futuro ci attende senza smartphone

Scritto da Carlo Bellino

Giovedì 1 Giugno 2017

 

Secondo una recente ricerca, condotta su un numero significativo di campioni sparsi in ben 40 Paesi, l'intelligenza artificiale potrebbe entro poco tempo iniziare a programmare la nostra vita senza l’ausilio delle applicazioni della telefonia mobile.

 

Lo schermo di uno smartphone sarà troppo piccolo per contenere i dati della nostra vita, sempre più dominata dal mondo dell'IOT, ossia Internet Of Things (internet delle cose). Il nostro passatempo preferito, a cui dedichiamo in media due ore al giorno, è quindi destinato a scomparire come le tante applicazioni che abbiamo scaricato per controllare i molteplici aspetti delle nostra esistenza.

 

In molti pensano che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale permetterà di interagire direttamente con gli oggetti, senza cioè la necessità di passare attraverso un telefono o tablet, già entro i prossimi 5 anni e saremo pronti ad abbandonare gli schermi perchè ci sono molte situazioni nelle quali non sono affatto utili, come ad esempio quando si è alla guida di un auto o in cucina. Le informazioni che ci servono verranno trasmesse direttamente dalle pareti di casa, dal cruscotto dell'auto o dal nostro corpo tramite i wearable devices (dispositivi da indossare). Per attivarli basteranno la voce, un semplice movimento della mano, l'iride, le impronte digitali e altro ancora. Sarà la fine della dipendenza dallo schermo, nata nel 1950 con la TV e poi proseguita con PC, tablet e smartphone, che verranno rimpiazzati da più aiuti virtuali, inseriti direttamente negli oggetti di cui facciamo uso, o da robot h24 che faranno le veci di autentiche persone.

 

Il nostro bisogno di tecnologie sempre più progredite continuerà incessantemente anche nel prossimo futuro. L'influenza del network sul nostro modo di agire sarà irrefrenabile fino a includere anche le chiamate di emergenza, governate anch'esse da altri dispositivi online. Ad esempio il Safety Check avviato da Facebook dopo gli attacchi terroristici di Parigi è stato solo il primo esperimento di salvavita messo a disposizione dalla Rete che gli utenti si aspettano. Anche le abitazioni subiranno grossi cambiamenti col concetto di Sensing Homes: la cablatura avrà più peso dell'architettura e i materiali da costruzione e gli elettrodomestici saranno in grado di monitorarsi in tempo reale. La realtà virtuale influenzerà pesantemente lavoro, sentimenti e tempo libero: shopping online, videochiamate, film e giochi saranno fruibili attraverso dispositivi 3d.

 

C'è però un aspetto che desta qualche preoccupazione: la sicurezza. Nei prossimi anni i dispositivi o i servizi in uso saranno probabilmente oggetto di attacchi informatici, per cui saremo costretti ad incessanti richieste di identificazione in cambio di maggior controllo. La sorveglianza su corrotti e corruttori non sarà però solo appannaggio esclusivo di multinazionali e pacchetti antivirus, perchè grazie ai social e alla condivisione online di pareri, critiche e idee gli utenti avranno un’arma in più per denunciare comportamenti scorretti e truffe. E c'è da credere a chi sostiene che un'azienda corrotta possa essere danneggiata molto di più da una segnalazione online, amplificata dalla
Rete, che da una denuncia fisica fatta in qualche commissariato.

 

Dalla BMW l’auto del futuro che si guida a gesti

Scritto da Carlo Bellino

Giovedì 1 Dicembre 2016

 

 

Il noto marchio tedesco BMW ha di recente reso pubblico “i Vision Future Interaction”, la nuova tecnologia di interfaccia e interazione tra l'uomo e la macchina. E' già pronta, ma ancora mettere in produzione, e la troveremo di sicuro nei prossimi anni su tutte le vetture di serie.

 

Come accennato, si chiama “i Vision Future Interaction”, e in BMW non stentano a definirla come il loro fiore all’occhiello. Anche se in apparenza sembra una normale i8 cabrio senza portiere, in realtà condensa il meglio della Casa tedesca in termini di sicurezza, facilità d'impiego ed integrazione con Internet. Il suo scopo è quello di rivoluzionare l'esperienza di viaggio nonchè l’idea stessa del gusto di guidare.

 

In fase di presentazione di “i Vision Future Interaction”, il capo Ricerca e Sviluppo e membro del board BMW non ha nascosto che in questa circostanza persino BMW non si è focalizzata, come in altre occasioni, sulla velocità massima e accelerazione, bensì sulle capacità predittive del veicolo, sul miglioramento della sicurezza e sulla diminuzione dello stress negli spostamenti quotidiani.

 

Ma come funziona questa nuova tecnologia? Attraverso AirTouch BMW, ad esempio, i gesti dei passeggeri vengono letti sui tre assi, ossia in 3D, per limitare al minimo il tempo di distrazione dalla strada. E a breve la propria auto potrà scegliere se far suonare prima la sveglia dello smartphone collegato nel caso ci sia una forte congestione di traffico sulla strada da percorrere.

 

La “i Vision Future Interaction” è anche in grado di scovare un parcheggio libero e di andare ad occuparlo, per poi tornare tranquillamente a riprendere il proprietario esattamente dove lo aveva mollato. Di fatto questa tecnologia è già pronta, è stata infatti sperimentata su un modello i3, stupendo ed impressionando i presenti all’evento che a seguito di un cenno ben preciso della mano hanno visto l'auto avviarsi, attivare gli indicatori di direzione e posteggiare in totale autonomia.

 

La domanda che ora sorge spontanea è tra quanto tempo la vedremo su strada, ma questo ancora non è noto perché il problema è di natura legislativa, visto che al momento non è possibile in nessuno Stato al mondo lasciare un'auto libera di circolare in assenza di conducente.