Attualità

Vitigni superresistenti

Scritto da Carlo Bellino

Venerdì 6 aprile 2018

 

In Italia, dopo soli quindici anni di ricerche, sono stati prodotti i primi vitigni resistenti alle malattie in grado di abbattere i costi. Dopo aver ultimato il sequenziamento del genoma della vite, i ricercatori dell’Università di Udine e dell’Istituto di genomica applicata sono riusciti a creare nuove tipologie di vitigni in grado di difendersi dalle malattie. E’ un risultato degno di nota che avrà un impatto rilevante nel campo vitivinicolo, perché, oltre a benefici di natura ambientale, sarà possibile ridurre i costi di produzione del vino dovendo ricorrere meno ai pesticidi. Si tratta delle prime 18 varietà di vite prodotte, metà a bacca bianca e metà a bacca rossa, capaci di opporsi alla peronospora e all’oidio, pericolosi parassiti che mettendo a rischio i vigneti obbligano all’impiego massiccio di diversi trattamenti fungicidi. Ora, per poterne consentire la coltivazione, è necessario il brevetto europeo e l’inserimento nel registro nazionale del ministero delle Politiche agricole.

 

La felice intuizione di creare nuove tipologie di vite da vino in grado di resistere alle malattie risale al 1998, quando un gruppo di ricercatori dell’Università di Udine ha ottenuto dalla Regione Friuli Venezia Giulia un primo lasciapassare per avviare il programma di incrocio e selezione finalizzato alla riduzione dei pesticidi nel campo della viticoltura, che, in Europa, pur ricoprendo soltanto il 3% della superficie agricola, è responsabile dell’impiego del 65% dei fungicidi normalmente utilizzati in agricoltura, ossia ben 62 mila tonnellate di pesticidi l’anno. E, così, agronomi e genetisti hanno incominciato ad accoppiare le migliori varietà di viti resistenti, ottenute da colleghi europei in Austria, Francia, Germania, Serbia ed Ungheria, con vitigni classici di notevole qualità, quali Cabernet, Chardonnay, Merlot, Sangiovese, Sauvignon, Tocai ed altri ancora.

 

E proprio per facilitare il processo di trasferimento tecnologico della ricerca genetica sulla vite è stato fondato nel 2006, sempre a Udine, l'Istituto di genomica applicata, che in seguito, nell’ambito di un consorzio italo-francese, ha dato un contributo fondamentale ai fini del sequenziamento del genoma della vite. Risultato che, poi, è stato determinante ai fini della scelta dei vitigni, con la realizzazione di circa 16 mila incroci dai quali sono state selezionate le 18 varietà più capaci di contrastare i principali parassiti dell’uva e di resistere a lungo nel tempo.

 

I ricercatori sono convinti che l’interesse dei produttori sarà enorme, e non soltanto in Friuli Venezia Giulia, ma in tutta Italia ed Europa, perché in viticoltura i costi di produzione sono molto alti, a causa dei numerosi interventi a salvaguardia dei vigneti, e la disponibilità di varietà che non necessitano di trattamenti antiparassitari risulta, pertanto, molto allettante. Infatti, in collaborazione con i Vivai cooperativi di Rauscedo, l’Università di Udine ha già creato tre vigneti sperimentali per determinare come le nuove varietà si adattano a diverse località: in Toscana nella zona del Chianti, a Fossalon di Grado e sul Collio sloveno. E proprio di recente, con enorme soddisfazione, i ricercatori hanno brindato con tutti i partner coinvolti nel progetto, gustando il vino prodotto a scopo sperimentale con le migliori varietà di vite resistenti alle malattie.

 

 

Robot giornalista

Scritto da Carlo Bellino

Venerdì 5 gennaio 2018

 

Che le macchine fossero capaci di fare lavori, anche di tipo intellettuale, fino a ieri appannaggio esclusivo degli esseri umani non sorprende più nessuno, ma anche il solo parlare di robot in grado di scrivere articoli di giornale poteva sembrare un’eresia. E invece, oggi, il software Wordsmith (paroliere dall’inglese) consente proprio di creare contenuti, scritti in inglese, partendo dal semplice inserimento di dati. Esiste anche una versione demo gratis, che dovrebbe essere disponibile a breve.

 

Da internet chiunque può scaricare un robot giornalista per farlo lavorare: siti di e-commerce, agenzie immobiliari o di stampa internazionali, come la Associated Press, che dal 2014 ha iniziato a farne un utilizzo considerevole con circa tremila articoli su aziende statunitensi ed eventi sportivi. Più in generale, ad oggi possiamo affermare che Wordsmith ha prodotto un numero impressionante di articoli per centinaia di clienti piccoli e grandi, come Samsung, il gigante delle assicurazione Allstate e la media company Comcast.

 

In pratica, la nuova piattaforma Wordsmith permette di caricare manualmente tutti i dati utili e scegliere un particolare stile di scrittura, creando poi automaticamente un testo scritto in un buon inglese. Vengono così generati verbali, report finanziari, descrizioni di prodotto e molti altri testi adatti, ad esempio, all’universo dell’e-commerce o degli annunci immobiliari. L’elaborato viene poi completato, in un secondo momento dall’uomo, per renderlo realmente esclusivo.

 

In un clima di scetticismo generale il robot giornalista è sbarcato nella redazione dell’Associated Press, la più grande agenzia di stampa americana. I risultati sono stati fin da subito incoraggianti, tanto è vero che chi ha l’implementato il software ha detto che alcuni articoli scritti da Wordsmith sono stati messi in rete addirittura senza nessun intervento umano, perché già di buona qualità, e grazie al robot giornalista la Ap, che in precedenza seguiva le trimestrali di circa 300 aziende, ora è in grado di occuparsene di ben 3mila. E’ sufficiente inserire i dati economici della trimestrale e il software, in un inglese breve e conciso, realizza il suo piccolo articolo d’agenzia. Delle ultime 3mila agenzie scritte da Wordsmith solo 120 hanno richiesto un intervento umano, lasciando in molti casi tempo libero sufficiente al reporter per curare un approfondimento che il robot non sarebbe stato in grado di scrivere.

 

La domanda che ora sorge spontanea è se Wordsmith un giorno non troppo lontano ruberà il posto ai giornalisti. La risposta al quesito almeno per ora è negativa. L’Associated Press ha infatti affermato che nessun posto di lavoro è stato messo in discussione per l’impiego del software, anche perché è molto veloce ma altrettanto stupido ed ha bisogno di un essere umano che inserisca i dati verificandone il risultato. A onor del vero Ap ha anche aggiunto che, dopo una serie di perfezionamenti, Wordsmith nei suoi corti ed essenziali articoli di agenzia crea meno refusi dei suoi colleghi umani.

 

Al momento Wordsmith non può competere con l’uomo perché non è in grado di pensare fuori dagli standard. Di fatto rappresenta solo uno strumento di lavoro per automatizzare il processo di scrittura nell’ambito della diffusione pura e semplice di dati. Svolge cioè un lavoro di bassa manovalanza consentendo ai giornalisti di dedicare più tempo a quello che sanno fare meglio: pensiero critico, capacità di risolvere problemi articolati, inventiva, capacità nel comunicare in modo empatico, insomma tutti aspetti distintivi dell’uomo nell’era digitale delle macchine. E finché l’uomo possederà queste qualità nessun robot sarà in grado di tenergli testa.

 

 

L’anno 2015 il più caldo dal 1880

Scritto da Carlo Bellino

Lunedì 2 luglio 2018

 

In molti hanno pensato al 2015 come un anno terribilmente caldo. E a ragione, come dimostrano oggi, in sedi differenti, le tre più importanti istituzioni di osservazione e misura delle temperature del pianeta che lo sorvegliano sia da suolo terrestre che dallo spazio: il MetOffice in Inghilterra, la Nasa e la Noaa negli Usa.

 

Non solo, il 2015 è stato anche l’anno più caldo di sempre, o almeno da quando si registrano ufficialmente le temperature a livello mondiale, per la precisione dal 1880. E se davvero vogliamo andare a caccia di record, ha avuto uno scarto di 0,23 gradi sull'anno precedente, il 2014, che di per se già era stato un anno caldissimo. Il risultato, decisamente sconcertante, testimonia che esiste un andamento lapalissiano nell’incremento annuale delle temperature, confermato peraltro dai dati che provengono dalla Gran Bretagna. Il prestigioso MetOffice, infatti, mostra con estrema chiarezza, anche a chi non è esperto di grafici, come dal 1950 ad oggi le temperature medie del nostro pianeta siano cresciute, arrivando in 65 anni, nel periodo compreso tra il 1950 e il 2015, ad un aumento di ben 0,75 gradi. E naturalmente ci limitiamo alle temperature medie.

 

I metodi di rilevazione dei vari enti sono svariati e mutano nel tempo, così come il numero e l’ubicazione della tantissime stazioni di misura dei valori di temperatura, umidità, pressione e altri parametri atmosferici. Solo la Nasa ne ha ben 6400 posizionate a terra, il che si traduce, come assicurano gli stessi specialisti Nasa, in un’attendibilità dei dati forniti che sfiora il 94%. Insomma siamo certi, con piccoli margini di errore, che il mondo si stia davvero riscaldando.

 

Secondo la Nasa il cambiamento del clima è la sfida che la nostra generazione deve affrontare e i dati disponibili attualmente dimostrano quanto sia importante il lavoro di osservazione della Terra dallo spazio.

 

Gli esperti sostengono che fenomeni come El Niño, al suo massimo oggi, o il suo opposto, La Niña, sicuramente sono in grado di riscaldare o raffreddare rispettivamente l'atmosfera, oltre che gli oceani, ma solo nel breve periodo. Questo significa che El Niño, molto forte in questi ultimo periodo, rappresenterebbe solo un piccolo momentaneo accrescimento delle temperature rispetto ad un andamento ormai consolidato nell’ultimo secolo. Il che lascia pochi dubbi sul fatto che il riscaldamento di un grado negli ultimi cento anni sia da imputare in gran parte anche all'attività dell’uomo. D’altronde la popolazione mondiale dal 1950 ad oggi è triplicata, passando da 2,5 a 7,5 miliardi di persone, e con essa sia le attività che l'industrializzazione.

 

 

Ai margini del sistema solare il Pianeta Nove grande 10 volte la Terra

Scritto da Carlo Bellino

Venerdì 1 giugno 2018

 

Alle estremità del Sistema solare, avvolto nell'oscurità e troppo distante per poter riflettere la luce del Sole, potrebbe annidarsi il Pianeta Nove, un pianeta gigante grande almeno dieci volte la Terra. È questa la scoperta, per ora solo a livello di supposizione, dell'Istituto Californiano di Tecnologia (Caltech). Al momento, infatti, il pianeta delle dimensioni di Nettuno non è stato ancora osservato e ci sono solo calcoli, pubblicati sull'Astronomical Journal e giudicati comunque attendibili dalla comunità scientifica, ad indicarne la possibile esistenza.

 

I ricercatori del Caltech avevano iniziato le loro ricerche con un obiettivo preciso: rimuovere le ipotesi sull’eventuale esistenza di un nono pianeta del Sistema Solare, emersa in studi precedenti sulla base dell'osservazione di particolari concentrazioni di piccoli oggetti celesti. Tuttavia i calcoli gli hanno dato torto, al punto da ipotizzare proprio la presenza del Pianeta Nove. A suggerirne l'esistenza non è stata quindi l'osservazione diretta, bensì le loro orbite, che secondo i calcoli risultano influenzate dalla forza di gravità di un grosso pianeta nascosto, situato ben al di là di Plutone.

 

Se confermata, la scoperta avrebbe del sensazionale, tanto da far riscrivere i libri di astronomia e soprattutto rivedere i modelli del Sistema Solare. Secondo i calcoli effettuati il pianeta dovrebbe avere un diametro tra due a quattro volte superiore a quello della Terra, il che lo porterebbe direttamente al quinto posto tra i pianeti per dimensioni dopo Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Per fare un giro completo del Sole questo pianeta potrebbe impiegare tra i 10.000 e i 20.000 anni.

 

Gli scienziati ovviamente sono cauti, in quanto il pianeta non è stato ancora studiato e non si può quindi parlare di scoperta, ma questi nuovi calcoli sono più affidabili rispetto a quelli fatti in passato e riguardano le orbite, inaspettatamente allineate, di sei piccoli corpi celesti che si trovano oltre l'orbita di Nettuno ed esattamente nella fascia di Kuiper. In pratica è la stessa area in cui si trova Plutone, nono pianeta del Sistema Solare fino al 2006 e poi declassato a pianeta nano.

 

I calcoli hanno escluso che la disposizione delle orbite possa essere causale, perché questa probabilità è di appena lo 0,007% o addirittura di 1 su 15.000. La simulazione suggerisce invece la presenza di un grande corpo celeste delle dimensioni di Nettuno, con una massa cioè pari a dieci volte quella della Terra e distante dal Sole fra 200 e mille Unità Astronomiche, ossia fra 200 e 1.000 volte la distanza che separa la Terra dal Sole, pari a circa 150 milioni di chilometri.

 

Se il Pianeta Nove esistesse davvero sarebbe quindi ghiacciato e lontanissimo e si sposterebbe lentamente lungo un'orbita ellittica che lo tiene gran parte del tempo molto distante dal sole. A spingerlo tanto lontano si ipotizza siano stati gli altri pianeti durante la loro formazione, avvenuta circa 4,5 miliardi di anni fa. Gli stessi autori dei nuovi calcoli sono consapevoli del fatto che la loro non è ancora una scoperta, perché finché non ci sarà un'osservazione diretta si potrà parlare solo di un'ipotesi, anche se potenzialmente buona.

Ecco il pneumatico che non teme le forature

Scritto da Carlo Bellino

Lunedì 3 Luglio 2017

 

Si chiama Bridgestone DriveGuard il pneumatico che non teme le forature, un’evoluzione dei runflat che può essere montato su ogni cerchio e resiste a buchi e squarci anche sui lati. E’ stato sviluppato da Bridgestone grazie al contributo del centro di ricerca della multinazionale giapponese e all'impiego delle sempre più diffuse nanotecnologie.

 

E’ adatto a tutti i tipi di auto, senza eccezioni, non necessita di cerchi speciali ma solo della presenza del sistema di monitoraggio della pressione (TPMS), che come si sa è obbligatorio su tutti i veicoli immatricolati a partire dal 2014. Questo nuovo manufatto possiede un requisito che piacerà sicuramente a tutti gli automobilisti: consente cioè, su una distanza di circa 80 km ed alla velocità massima di 80 km/h, di continuare a guidare anche in caso di foratura per improvvisa perdita di pressione o danneggiamento del battistrada o della parte laterale del pneumatico.

 

Non più quindi cambi di gomma in corsa o ancor peggio sotto la pioggia ai margini di autostrade o strade altamente trafficate, con tutto il rischio che ciò comporta per la propria incolumità, soprattutto se ci si trova di notte in zone scarsamente illuminate. E questo grazie alla tecnologia Cooling Fin, sviluppata da Bridgestone per il suo nuovo prodotto, che si avvale dell'utilizzo di mini pinne fissate ai fianchi che dissipano l'aumento di temperatura che si registra in questa zona del pneumatico in direzione del cerchio. Così facendo, si salvaguarda la durata della gomma oltre naturalmente a migliorare la sicurezza e stabilità anche in caso di foratura. Altra caratteristica distintiva è la parte laterale del pneumatico rafforzata, che permette di reggere il peso del veicolo anche in caso di perdita di pressione dovuta a foratura o danneggiamento della gomma, anche se questo, come precisato, avviene sui fianchi o sul battistrada. Ma la sicurezza, oltre ai casi di foratura, è assicurata anche quando si guida sotto la pioggia. Infatti, DriveGuard è realizzato in una mescola ad alto contenuto di silice con tecnologia Nano Pro-Tech.

 

Inoltre il battistrada lamellato, presente in particolar modo in area centrale, consente di ripartire i vuoti proprio nella parte mediana del pneumatico, offrendo così una maggiore aderenza in curva anche in caso di asfalto bagnato. E’ grazie a queste performance che il DriveGaurd ha conseguito l'Etichetta Europea di classe A per le prestazioni sul bagnato e di classe C per la resistenza al rotolamento. Da non dimenticare infine il comfort, assicurato da una nuova struttura della corona che permette di assorbire nel modo migliore le asperità del terreno. Bridgestone DriveGuard sarà venduto in 19 misure per i pneumatici estivi e 11 per quelli invernali, partendo dai modelli 185/65 R15 fino ad arrivare ai 245/40 R18. Rispetto ad una copertura classica i prezzi dovrebbero essere superiori di circa il 20%.